La Ginestra X Altroquando | Aula alla deriva, di Kazuo Umezu

Leggere oggi “Aula alla deriva” (ma il titolo è fuorviante, perché si tratta di un'intera scuola) e frugare tra i suoi sottotesti può risultare particolarmente inquietante. Umezu prende ovviamente a esempio l'istituzione scolastica giapponese del suo tempo, ma ancora oggi – e soprattutto in Italia – il concetto di degrado dell'istruzione e di sbando giovanile appare quanto mai attuale...

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Un misterioso fenomeno trasporta un’intera scuola giapponese in un futuro da incubo. Per sopravvivere, i ragazzi, tutti molto giovani, dovranno inventare una nuova società, darsi norme rigide, ma anche affrontare calamità imprevedibili, follia e mostruosità. Comprese le tenebre dell’animo umano. Una versione fantahorror dello scenario base del “Signore delle Mosche” di William Golding, sfiorando H.P. Lovecraft e e altri classici. Finalmente arriva in Italia una delle opere più note di Kazuo (Umezz) Umezu. Una saga di formazione dalle tinte truci, ambientata alla fine del mondo…

E’ naturale accostare, sia pure per linee molto generali, Aula alla deriva, manga di Kazuo Umezu prodotto in patria nei primi anni settanta, a Il signore delle mosche di William Golding, romanzo che già nel 1954 metteva in discussione la fiducia nelle nuove generazioni, pronte a regredire a uno stato bestiale e violento in assenza di un sistema di regole definito. Anche nel manga di Umezu abbiamo una folla di ragazzini, alcuni anche molto piccoli, catapultati in un contesto ostile (molto più ostile di un’isola dell’oceano Pacifico), e come nel libro di Golding assisteremo a tensioni, rivalità e al progressivo emergere degli istinti peggiori. Tuttavia, se l’inglese William Golding portava in scena un’allegoria pessimista sulla natura umana e sulla presunta età dell’innocenza, il giapponese Kazuo Umezu si prende libertà non da poco, attingendo all’immaginario fantastico e orrorifico non soltanto nipponico, e inserendo nella sua opera metafore abbastanza differenti rispetto all’apologo del “Signore delle mosche”.

L’opera di Umezu (noto in Giappone anche con lo pseudonimo Umezz) arriva in Italia dopo essere rimasta in un limbo editoriale per decenni. E’ probabile che l’arsura di contemporaneità abbia spinto il mercato a congelare i suoi titoli, nell’attesa che qualche editore azzardasse una lezione di storia del fumetto finora esclusa dai programmi per ragioni commerciali. Infatti, Kazuo Umezu è considerato in Giappone il “padre dell’horror manga”, e a lui è intitolato un prestigioso premio. Non solo. Umezu è un mangaka, un autore di fumetti, quindi, ma anche un musicista, un attore e un performer televisivo. Uno di quei personaggi che non passano inosservati e che ancora oggi, all’età di ottant’anni, spopolano tra gli appassionati del settore. Se i nomi di Osamu Tezuka e Go Nagai, altri importanti padrini del fumetto nipponico, potevano giovare del traino degli anime basati sulle loro opere e giunti in occidente già dai primi anni ottanta, Umezu è invece rimasto sommerso e sconosciuto ai più. Almeno fino a oggi, quando due case editrici (Latitudine 42 e Hikari) hanno deciso di sdoganarne il lavoro anche da noi, con Cat Eyed Boy e il più complesso Aula alla deriva, attualmente in fase di pubblicazione.

Umezu rappresenta, così, una pagina di storia saltata per noi lettori italiani. Ed è buffo, considerando che la protagonista di Aula alla deriva (una delle sue opere più note in Giappone) è proprio la Scuola, intesa come luogo fisico e come istituzione. Una struttura imponente e labirintica, sradicata con tutta la sua popolazione di studenti e insegnanti e collocata in un remoto tempo futuro, dove ogni forma di vita sulla terra si è estinta, e dove sembrano esserci solo rocce, sabbia e desolazione. Le cause fantascientifiche del viaggio nel tempo non sono davvero rilevanti, e resteranno misteriose fino alla conclusione della saga. Quel che conta è la sopravvivenza e la capacità di sopravvivere in uno scenario così inospitale. Soprattutto alla luce dell’emergente consapevolezza di trovarsi davanti all’esito ultimo della razza umana. L’estinzione e la distruzione totale del proprio ambiente. La Scuola Yamato, edificio enorme e attrezzato, diventa dunque un microcosmo e un allegorico labirinto in cui cercare la propria destinazione. Ma come in ogni labirinto, c’è un minotauro che potrebbe essere lì ad attenderci dietro ogni angolo.

In Giappone, la scuola dell’obbligo accorpa le classi elementari con il triennio delle medie, cui seguono i corsi dele superiori. Ecco perché a viaggiare nel futuro sono intere classi di bambini di appena sei anni e giovanissimi adolescenti, più qualche insegnante e personale ausiliario scolastico. I ragazzi scopriranno presto di non poter contare sull’aiuto degli adulti, la cui mente già formata non riesce a metabolizzare il fenomeno di cui sono rimasti vittime, dando luogo a cruente reazioni dissennate e distruttive. Rimasti soli, come in una nerissima ricostruzione della fiaba di Pollicino, abbandonato con i suoi fratelli nel bosco dagli imbelli genitori non più in grado di mantenerli, i piccoli studenti dovranno attingere alle proprie attitudini naturali, e persino ai loro acerbi interessi, per gestire una situazione disperata. Personaggio centrale è l’undicenne Sho Takamatsu, studente delle medie insofferente alle regole, iracondo e poco incline al compromesso, che scoprirà dentro di sé l’iniziativa e la determinazione necessarie per tracciare una rotta di fortuna a un piccolo popolo ormai… alla deriva. La lite furibonda di Sho con la madre subito prima di correre a scuola, l’affermazione fatale del «Non rimetterò mai più piede a casa» ha un valore fortemente allegorico. Da quell’istante ha inizio la vera vita di Sho, e la sua vera natura rivelata.

Leggere oggi Aula alla deriva (ma il titolo è fuorviante, perché si tratta di un’intera scuola) e frugare tra i suoi sottotesti può risultare particolarmente inquietante. Umezu prende ovviamente a esempio l’istituzione scolastica giapponese del suo tempo, ma ancora oggi – e soprattutto in Italia – il concetto di degrado dell’istruzione e di sbando giovanile appare quanto mai attuale. In un mondo destinato al tracollo, un futuro senza risorse attende le giovani leve, e l’istituzione, soprattutto in un momento di allarme, si dimostra totalmente inadeguata. In una società ferocemente competitiva qual è quella orientale, la metafora si fa ancora più amara, ma sorretta anche dal profondo senso del dovere insito nella cultura nipponica. Alla fine degli anni novanta, Koushun Takami con il suo Battle Royale (romanzo, manga, film) avrebbe tracciato un ritratto distorto della competizione indotta da una società spietata, in quel caso anche autoritaria e sadica, costringendo studenti in età scolare a combattersi in un pubblico gioco di morte. Aula alla deriva di Umezu, in un certo senso, anticipa alcune tematiche del soggetto di Takami. Non c’è l’imposizione istituzionale, ma un cataclisma imponderabile che mette i figli davanti alle conseguenze nefaste degli errori dei padri, e li spinge a battersi per la sopravvivenza. In qualche modo, il racconto di Umezu è un rovescio del romanzo di William Golding. A deludere, qui, sono gli adulti, le loro norme, la loro arroganza. Una volta che la struttura scolastica ha viaggiato nel tempo, ci appaiono quasi come bambini cresciuti fisicamente. Confusi, capricciosi, dispotici e crudeli come bambini.

E allora? Non resta che scoprire se saranno i ragazzi a dover salvare il mondo. Senza più insegnanti, o qualcuno che imponga loro ore di studio. I loro sogni, le loro aspirazioni, sollecitate dalla necessità (e da una fame crescente) dovranno diventare il nuovo carburante per la costruzione di una nuova società umana, o l’ultimo abisso in cui sprofondare. Umezu articola la saga in cicli, secondo il tipico stile degli shonen e inanella una minaccia dietro l’altra, senza scordare la sottotraccia cruciale della bestialità istintiva che poco per volta bussa prepotentemente alla porta. Farcisce la narrazione con spunti illustri, riferimenti a Lovecraft, e all’orrore d’annata con riferimenti espliciti al cinema di genere giapponese, realizzando una vera e propria epopea (undici tankobon in Giappone, tre volumi di oltre 700 pagine in Italia). Il ritmo del suo narrare è insinuante, fatto di rimandi e di buio, con un costante crescendo di tensione. Il disegno è espressivo ai massimi livelli, e anche se (forse oggi) “Aula alla deriva” non risulta eccessivamente orrido nella violenza grafica, l’espressività dei personaggi di Umezu e la crudeltà delle situazioni ha l’effetto di un pugno nello stomaco.

La Scuola idealizzata da Umezu nel suo manga non vuole essere solo un improvvisato corso di sopravvivenza, ma soprattutto un appello allo sforzo di restare umani nonostante tutto, anche davanti alla distruzione del pianeta. E il primo passo, sembra suggerire Aula alla deriva, potrebbe essere identificato proprio con la tolleranza, la convivenza delle diversità, vera chiave per un’evoluzione illuminata. Forse una seconda possibilità, magari cercando un appoggio in quel passato, in quei legami, che un tempo rifiutavamo, che ci facevano sentire soffocati finché erano presenti, ma ai quali dovremmo guardare come ispirazione. La riscoperta del passato, della storia senza la quale non esisteremmo. Perché solo facendo i conti con essa potremo costruire un vero futuro.

Per avere una visione ancora più approfondita dell’opera di Kazuo Umezu, clicca qui.

 

Filippo Messina (Altroquando) 

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