La sconfitta | Manuel Vázquez Montalbán, Il Pianista

Lo sguardo che Montalbán rivolge al proprio periodo storico è, prima di ogni altra cosa, frutto dell' intima empatia verso coloro che hanno subito la medesima, coercitiva umiliazione e con essa sono scomparsi...

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“Dalla morte di dio, il perdente è del tutto solo. La morte, quando per lui avviene, è definitiva. Non esiste ricompensa. Non parlo qui dei perdenti emblematici, con un ruolo, come García Lorca. Parlo di quelli oscuri. Quelli di cui non si scriverà. Quelli che non possono che essere dimenticati”.

Manuel Vázquez Montalbán


Il concetto di “sconfitta” rappresenta una zona grigia nella visione che l’individuo ha di sé e, per estensione, della società di appartenenza: un limbo in cui l’esperienza storica e concreta convive con una spontanea e astratta proiezione di irrazionalità. L’uomo contemporaneo teme la sconfitta, prega di non esserne maledetto, desidera negarne l’influenza qualora essa lo colga. In altri termini, la sconfitta va’ configurandosi per lui come un tabù, i cui effetti sulla collettività assumono natura obliterante.

È in quest’ottica, infatti, che risulta necessario introdurre sul palcoscenico il secondo personaggio della nostra rappresentazione: il vincitore. Scampato alla maledizione dei vinti, egli ora può godersi i frutti della sua rinnovata posizione di preminenza, essere il tassello fondamentale nel piano “superiore” che egli ha programmato o programmerà. Ed è curioso notare come questo suo “diritto”, univoco e potenzialmente soggetto a distorsioni di significato, sia nella realtà accolto naturalmente: pur essendone controparte e avversario, lo sconfitto incorona inconsciamente il vincitore e, soprattutto, accetta la propria condizione di sudditanza.

Nell’arco di innumerevoli cicli, tuttavia, i volti degli attori della nostra storia non hanno avuto eguale fortuna; se i vincitori di rado appaiono con contorni sfumati, lontani nel tempo ma ricordati in quanto tali, lo stesso non accade per coloro che hanno perso.

Manuel Vázquez Montalbán ha saputo dare una voce ai “perdenti dimenticati, quelli di cui nessuno scriverà mai”, attraverso le pagine del romanzo Il Pianista, tra autobiografia e testamento artistico.

Spagna | Franchismo | Miseria

Nato a Barcellona nel 1939, M.V. Montalbán è annoverato tra gli scrittori spagnoli più influenti della letteratura contemporanea. Autore della fortunata serie di romanzi polizieschi con protagonista il detective Pepe Carvalho, lo scrittore catalano si è sempre distinto per l’impegno profuso nella ricerca dell’identità, della solidarietà umana sepolta sotto le macerie del periodo franchista (1939-1975); un impegno che non sarebbe giusto interpretare esclusivamente in chiave politica (come suo padre, egli fu membro attivo del Partito Socialista, ostile al regime dittatoriale). Lo sguardo che Montalbán rivolge al proprio periodo storico è, prima di ogni altra cosa, frutto dell’ intima empatia verso coloro che hanno subito la medesima, coercitiva umiliazione e con essa sono scomparsi. Vite e nomi dimenticati che, tuttavia, diventano ugualmente punti focali nell’intento di analizzare sotto una luce differente i tratti di vincitori e vinti.

La forza della poetica di Montalbán è racchiusa nella concezione secondo la quale la differenza tra dominio e sottomissione occupi un piano più sottile di quanto appaia: successivamente alla barbarie generatasi dal conflitto tra le due fazioni, ciò che resta è la pura miseria di una cultura. Anch’essi moralmente corrotti, dunque, gli “eroi” altro non saranno che una rappresentazione deformata dei trionfatori, e in funzione di tale corruzione seguiteranno le loro azioni per legittimare il proprio diritto di supremazia; dall’altro lato, la maledizione degli sconfitti sarà ulteriormente aggravata dal pensiero autodistruttivo di quest’ultimi, ai loro stessi occhi incapaci di aver evitato il precipitare della situazione. Una manifestazione di relatività che, però, non aiuta a mutare la sorte. Ormai in balia, ai perdenti rimane unicamente la pietosa solidarietà che li lega gli uni con gli altri, animati dalla speranza di non essere omessi dalle memorie future.

Lionello Balestrieri, Beethoven, olio su tela, 1900

Rosell | Musica | Ricordi

Vettore narrativo della “riscoperta dei perdenti” attuata ne Il Pianista è la vita di Alberto Rosell, testimone suo malgrado di sconfitte e fallimenti di una generazione e identificabile nella persona di Montalbán. La storia di Rosell è divisa in tre archi temporali: la modernità decadente della città di Barcellona negli anni ’80, i cupi anni Quaranta caratterizzati dalla dittatura di Franco e gli anni Trenta nel clima di modesta fiducia, a Parigi. Sullo sfondo, la passione per il pianoforte e il desiderio di realizzarsi come musicista.

Certamente, la musica assume un valore significativo nell’opera di Montalbán: potremmo definirla come il corrispettivo astratto di Rosell. Essa trasforma la propria immagine al pari delle vicende narrate nel romanzo: simbolo di speranza durante il suo soggiorno a Parigi nel tentativo di farsi un nome come pianista, volto della nostalgia e della solitudine nella Spagna franchista, eco di un passato ormai remoto nella Barcellona del 1984. Appare chiaro il messaggio che Montalbán vuole comunicare al lettore: nulla viene risparmiato dal vortice del conflitto tra gli uomini. Nemmeno l’arte che, anzi, diviene specchio della vittoria o della sconfitta. Esemplare è, in tal senso, il caso di Luis Doria, anch’egli ambizioso pianista e compagno di Rosell nella capitale francese degli anni Trenta, che accoglie l’ideologia franchista vedendo in esso l’unica via possibile per raggiungere la fama, al costo di screditare altri compositori (ed intellettuali) di diversa appartenenza politica; dal canto suo, Rosell deciderà di diventare un attivista del Partito Socialista, precludendosi la possibilità di potere realizzare il proprio sogno. L’incontro tra i due pianisti, in un locale notturno nella Barcellona degli anni ’80, diviene un riflesso ambivalente di vuotezza, l’ennesimo rimando alla condizione di vincitore “mutilato” per Doria, un ulteriore passo verso l’oblio per Rosell.

Con quest’ultimo, anche il “popolo delle terrazze” degli anni Quaranta si trova ad osservare sé stesso, impotente, nel clima di emarginazione che aleggia per i quartieri meno abbienti, fino a piazza del Padró. Delimitate da mura umide, le strade di Barcellona sono animate dai pensieri di uomini e donne di ogni età, uniti nella sconfitta morale e materiale. Scopriamo così la scanzonata irruenza del pugile Young Serra, intenzionato a dare una svolta alla propria vita grazie allo sport; la rabbia e la disillusione di Andrés, reduce da un campo di concentramento, che convivono con l’amore per la sorella e il figlioletto di quest’ultima; o ancora i coniugi Baquero, seduti davanti alla propria casa, come tante altre coppie di anziani; Magda e Ofelia, giovani ragazze che cercano di mantenere viva la fiamma del loro spirito fanciullesco, ballando e cantando per il vicinato.

Vite e nomi dimenticati nel continuo scorrere del tempo, dicevamo.

 

Niccolò “Noctimbre” Raucci

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