Il mondo infantile, con i suoi colori, le sue filastrocche, il suo senso del meraviglioso… Esso è spesso accostato ad argomenti macabri. Un contrasto che sorge quasi naturale come l’accostamento di luce e ombra. In un certo senso, l’immaginario dell’infanzia è quello più spaventoso di tutti. L’infanzia è un’età fatta di assoluti, dove le mezze misure non esistono e a grandi gioie corrispondono terrori inconfessabili. Ogni incubo, così come ogni sogno, è nutrito dalla fantasia, ingenua ma anche feroce, della semplicità infantile. Il bambino, come icona dell’immaginario umano, è qualcosa di oggettivamente ambiguo. A volte è presentato come il simbolo dell’innocenza. In altri casi, il bambino è un essere umano privo di freni inibitori, e quindi è identificato come la più pura incarnazione del male radicato in noi mortali. E il suo posto è all’inferno. Anzi, l’inferno è un posto… per bambini.

Benvenuti a Lalaland, il fumetto di Lucio Passalacqua, edito da Shockdom, di cui è appena uscito il secondo volume, centra in pieno questi concetti. E lo fa con un’opera allegorica che attinge parecchio al mondo dell’infanzia e ai suoi feticci. “Lalaland”, una parola oggi ulteriormente sdoganata da un popolare film musicale giunto vicino a vincere l’oscar. Lalaland è una reduplicazione sintattica, cioè una di quelle forme in cui un vocabolo è ripetuto due volte per infondergli un senso maggiorativo. Usiamo reduplicazioni più spesso di quanto crediamo nel linguaggio di ogni giorno. Basti pensare a espressione come “piano piano”, “vicino vicino”, “stretto stretto”, e notare come il linguaggio infantile ne sia pieno: cucù, popò, pipì, tata…

Ma che cos’è veramente la Lalaland di Lucio Passalacqua, questo paese riferito a un luogo da sogno spensierato?

Scenario principale è il borgo di Solpensiero. Una cittadina fatta di casette dal profilo fiabesco, che ricorda Hamelin, la città invasa dai topi nella fiaba del Pifferaio Magico. Ma a Solpensiero, durante un’Estate praticolarmente torrida, arriva invece un immenso sciame di insetti alieni. Insetti simili alle api, ma fondamentalmente innocui per quanto numerosi e fastidiosi. Insetti che invadono tutto, suscitando reazioni contrastanti. Una vera emergenza ambientale, se non fosse che le viscere di questi insetti sembrano avere un allettante effetto allucinogeno che qualche abitante di Solpensiero inizia a scoprire.

“Benvenuti a Lalaland” sembra un ibrido tra la tradizione dell’illustrazione per l’infanzia e la psichedelia degli anni 60-70. E’ opportuno ricordare che la parola “psichedelia” nella sua radice greca, significa: “rivelazione dell’anima”. Un concetto che in seguito, influenzato dal movimento hippie, diventerà allargamento della coscienza. Una teoria in base alla quale alterare la percezione svela delle verità nascoste, sia pure sotto forma di enigmi e simboli.

L’elemento più evidente in “Benvenuti a Lalaland” è il forte contrasto dettato da una fantasia visiva giocosa sempre intrecciata, però, con qualcosa di marcio. Un marciume quasi bello a vedersi. Una salma ricomposto e imbellettato della quale percepiamo l’acre odore di decomposizione nell’aria rovente. Il palcoscenico di “Benvenuti a Lalaland” suggerisce la denuncia di una comunità mostruosa in cerca di un caprio espiatorio che mandi assolta la sua mediocrità. Una società in decadenza che si maschera dietro un’allegria festosa e variopinta. Gli insetti, odiati, torturati, schiacciati per puro sadismo dagli abitanti insofferenti di Solpensiero (a loro volta creature dall’aspetto mostruoso) fa pensare all’emergenza dei migranti e alle reazioni peggiori che questa suscita oggi nell’individuo medio.

Tra il primo e il secondo volume, in cui lo stile onirico e psichedelico entra nel vivo, c’è un filo conduttore. Il senso di morte, di putrescenza, visto come condizione irrinunciabile della vita. E la sessualità, innesco principale della vita, non è rappresentato in modo meno marcio.  Nel primo, infatti, vediamo l’approccio dei ragazzi al sesso, descritto come qualcosa di annichilente. Una condizione essenziale ma degradante, in cui il maschio si identifica integralmente e senza rimorsi con il proprio pene. Nel secondo volume, siamo compagni di strada in una sorta di viaggio sciamanico, un ritorno nel grembo materno passando per la tana del bianconiglio, che ti svela verità nascoste in bella vista. Tra nascita e morte non c’è altro che un lento decomporsi. E a questa decomposizione, corrisponde la trasformazione in qualcos’altro. E’ il ciclo dell’esistenza. Un ciclo in cui la purezza, la pulizia, non esistono e tutto è comunque lercio sotto la splendida apparenza; cioè, siamo tutti spazzatura, che rimescolata, dà origine ad altra spazzatura. Tutto quello che possiamo fare è disporla bene, in modo ordinato e carino, ma sempre spazzatura rimane. Non si può nascere, non si può essere vivi, senza sporcarsi in qualche modo. Tutto è macchiato da questo laico, irredimibile peccato originale. Benvenuti a Lalaland è un fumetto che conta per come dice le cose, e che conquista con i suoi contrasti e la sua ricerca della bellezza negli anfratti più oscuri. Anche se si tratta di “lurida bellezza”.

 

Filippo Messina (Altroquando)

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