Le cose che non facciamo, di Andrés Neuman

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“Raccontare un racconto è saper tenere un segreto”.

L’oscillante superficie della raccolta dello scrittore argentino Andrés Neuman è increspata da onde lievi che spostano con fluida pazienza dal tragico al comico, dall’allegria alla tristezza, dal sorriso alla malinconia, dal limpido all’oscuro, dalla partecipazione alla perplessità emotiva, in un continuo paradosso che – paradossalmente – impone la propria incomprensibile ma irrefutabile sensatezza, riflettendosi nella profondità inaspettata che al di sotto di questa superficie si percepisce con un misto di attrazione e timore.

È la potenza del limite illimitato della forma racconto, chiusa e aperta insieme, sempre debordante, nella sperimentazione di Neuman, dal confine dell’incipit e da quello del punto finale (lo stesso autore afferma che “ci sono racconti che meriterebbero di finire con un punto e virgola”, in Dodecalogo quarto: il racconto postmoderno). Lo spazio bianco che precede e segue ciascun racconto sfugge alla dimensione piatta della pagina, si apre e acquisisce volume e movimento per l’insinuarsi in esso del lettore, che non può fare a meno di fermarvisi e disegnarvi dentro i riflessi lasciati sulla pelle dell’animo e della mente da quell’onda appena ritiratasi. Nel momento sospeso tra un’onda e la successiva, lo sguardo sprofonda al di sotto della superficie, distinguendo nell’oscurità qualcosa di familiare e spaventoso al tempo stesso.

È questa fluidità che permette al racconto di rompere la linearità della narrazione e crepare la sfera dell’universo narrativo, spingendo il lettore in quegli strati nascosti della vita, dell’io, della realtà, delle esperienze umane più comuni o più terribili, rivelati dal silenzio che li nasconde dietro la parola stessa: ciò che viene detto, azioni, luoghi, pensieri, personaggi visibili, conduce silenziosamente a ciò che non viene verbalizzato, all’informe, lasciato alla personale attività plasmatrice del lettore.

Cinque sezioni, ciascuna dedicata a una diversa esperienza, ultima la letteratura stessa (Le cose che non facciamo, Familiari ed estranei, L’ultimo minuto, La prova d’innocenza, Fine e principio del lessico). Cinque sezioni che spaziano in temi, stili, atmosfere molto diversi, accomunati solo dalla semplicità mai scontata delle situazioni, dalla ricchezza di sfaccettature, da un’intensa corporeità e da un’eterna tensione.

© Matt Taylor

Non solo tensione tra il detto e il non detto: tensione come altalena emotiva e paradosso spiazzante, tensione come contraddizione irriducibile (Un suicida ridanciano); tensione come spazio aperto tra il fatto e il non fatto, nel quale si gioca il fragile equilibrio dell’amore, che può nutrirsi grottescamente di potenziale (La felicità) o germogliare leggero sulla “meraviglia aperta sull’altrove” dai “dolci idiomi ipotetici”, propositi immaginati e disattesi in due (Le cose che non facciamo); tensione tra il vuoto e il pieno, che pone di fronte alla morte come a una forma vuota che non può più essere riempita, un contorno invisibile e pure concreto, che diventa spazio di proiezione e di incontro (“Sedia veloce, sedia di tempo, sedia  vuota nel vento. Sedia riempita da qualcuno se vi si fosse seduto”, Una sedia per qualcuno); tensione fra identità, che fa sfumare i confini tra il sé e l’altro, in un vertiginoso labirinto di specchi alla Saramago, dove non si sa più se Dare alla luce sia una prerogativa della madre o del padre, e se significhi generare o generarsi, oppure dove si perdono irrimediabilmente le distanze tra analista e analizzato (José, Juan); tensione, infine, in un senso più tradizionale, come imminenza e inquietudine (L’hotel del presidente, Monologo del mostro).

Un’oscillazione multiforme coinvolge anche il ritmo, con un’alternanza tra rapidi bozzetti e veloci concatenazioni, lenti dialoghi e botta e risposta, monologhi articolati e punteggiatura mozzafiato. Ma l’ultima oscillazione è proprio quella tra somiglianze ed eterogeneità, che rende questa raccolta impossibile da confinare in elenchi o definizioni completi, debordante proprio come i singoli racconti che la compongono e come i loro personaggi, che “appaiono nel racconto come per caso, passano oltre e continuano la loro vita” (Secondo dodecalogo di uno scrittore di racconti).

 

Penelope Leggero

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